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‘Stupro a pagamento’ a Torino: Rachel Moran e la violenza della prostituzione

Rachel Moran ha impiegato dieci anni a scrivere il suo libro ‘Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione’, che racconta non solo i suoi sette anni in prostituzione, ma è un’analisi molto profonda del fenomeno della prostituzione, dove l’intreccio tra le discriminazioni sociali, sessuali e di razza è molto fitto ed evidentemente a danno delle persone, in gran parte donne, più vulnerabili ed emarginate. Da questa riflessione è nata l’idea di scrivere il libro, che è diventato, insieme al suo attivismo, uno strumento politico nella lotta alla prostituzione.

‘Non esistono dati così netti e sconfortanti come quelli relativi alla situazione canadese, – racconta Moran – ‘dove il 56% delle donne prostituite sono indigene, ma solo il 6% della popolazione è indigena, quindi solo il 3% della popolazione totale è rappresentata da donne indigene. Perciò, parliamo di più della metà delle persone prostituite provenienti dal solo 3% della società. Non si può non vedere in questi dati quanto è diffuso il razzismo nella prostituzione nelle società multietniche. Una mia amica, che gestisce un centro in Minnesota, da anni si occupa di ragazze giovani, che sono per circa il 70% afro-americane, in uno stato in cui solo il 10% della popolazione è afro-americano’.

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Convegno su Industria del sesso e tratta, Maggio 2018

“Ogni paese nel mondo ha problemi con la prostituzione e tutti dicono che vogliono mettere le persone, le donne, tutte le persone coinvolte come sfruttate nella prostituzione – che include anche bambine e bambini ,uomini – li vogliono mettere al sicuro. Il problema è che però in prostituzione nessuno è sicuro, possiamo solamente fare riduzione del danno. Ma non basta fare riduzione del danno, perché ad esempio nel caso dei bambini abusati o donne che sono state stuprate non parliamo di riduzione del danno, vogliamo mettere fine a tutto questo. Il problema è che quando si dice l’unica cosa che possiamo fare è mettere fine alla prostituzione molta gente ride e dice: “Non si può mettere fine alla prostituzione”. E allora se gli chiedi: “Si può mettere fine alla povertà?”. “Sì, si può mettere fine alla povertà”. “Dobbiamo cercare di mettere seriamente fine, non ridurre il danno rispetto agli abusi sessuali sui minori?” “Naturalmente sì”. Oppure “Dobbiamo mettere fine al razzismo?” Sì.” “E la prostituzione?” No, sulla prostituzione no, eppure non possiamo pensare che gli uomini siano nati con questo bisogno innato di avere rapporti sessuali senza controllo e con donne non consenzienti. Questa cosa lo sappiamo che è una questione di socializzazione ed è il patriarcato, è ovvio che questo non è un bisogno innato degli uomini di fare sesso con una donna che non vorrebbe essere con lui, però c’è una propaganda che diffonde miti e funziona così: se uno va in giro e continua a dire che questa cosa è inevitabile, che la regolamentazione è l’unica soluzione possibile, la gente lo assorbe e finisce per crederci. E devo dire che se io sento ancora una volta parlare della prostituzione come la più vecchia professione del mondo posso fare dei danni, mi fa molto arrabbiare. Perché non lo è, naturalmente non è una professione. I bambini vengono abusati da sempre, però non siamo disposti a dire che questo è inevitabile e naturale e quindi lo dobbiamo accettare o regolamentare”.

Julie Bindel, Convegno su industria del sesso e tratta, Maggio 2018

Per il suo intervento completo e per accedere agli atti del convegno clicca qui.