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Roma: regolamento della polizia urbana colpisce donne e persone prostituite

Il “divieto di esibire nudità o assumere comportamenti diretti inequivocabilmente a offrire prestazioni sessuali”, che, come apprendiamo dall’ANSA, farebbe parte del nuovo regolamento di polizia urbana di Roma, segna in modo inequivocabile l’applicazione approssimativa e anomala della legge Merlin in Italia. Provvedimenti di questo genere ancora una volta dimostrano quanto per la politica sia più facile colpire chi è prostituita (letteralmente messa davanti, per coprire i veri responsabili) e non chi sfrutta e si avvale dello scambio di donne come merce, nella politica come negli accordi tra uomini.
La prostituzione è violenza contro le donne esercitata da uomini che le stuprano a pagamento. Non è questione di intralcio al traffico o di nudità che disturba e offende. Quello che deve offendere è ciò che non si vuole nominare, l’atto di acquistare il controllo di un altro essere umano.


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Regolamentare la prostituzione? NO! Ecco perché

COMUNICATO

REGOLAMENTARE LA PROSTITUZIONE?

NO!

ECCO PERCHÉ LEGALIZZARE NON È LA RISPOSTA GIUSTA

Noi delle Associazioni Iroko Onlus, Amici di Lazzaro, YWCA – UCDG e Resistenza Femminista, siamo molto allarmati dalla proposta da parte del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di regolamentare la prostituzione. Intervistato da RadioDue Rai, il Ministro ha espresso la volontà di riprendere in mano il progetto di legge presentato dalla Lega diversi anni fa e mai discusso, sostenendo “che riconoscere quello che è un mestiere, togliendolo dal controllo della mafia e dello sfruttamento, sarebbe opera di civiltà”.
Nel 2014 la raccolta firme per la riapertura delle case chiuse veniva giustificata così, dall’allora segretario della Lega Nord Emilia Fabio Rainieri: “è indecoroso che persino durante il giorno i nostri bambini vedano signorine, o addirittura trans, in strada a vendere il proprio corpo; questa pratica è antigienica; non c’è nessun controllo dell’attività quando invece una verifica seria su clienti e prostitute ci permetterebbe di raccogliere 4 miliardi di euro d’entrate fiscali” (Il Fatto Quotidiano, 22/3/2014).
Esprimiamo, con questo comunicato, il nostro forte dissenso a questa proposta, poiché riteniamo che, contrariamente a quanto espresso dal Ministro, la prostituzione sia una forma di violenza contro le donne e che riconoscerla come un ‘lavoro’ equivalga alla legalizzazione dello stupro.
La nostra posizione si basa su molti anni di assistenza alle donne vittime della prostituzione e della tratta e su anni di ricerche e di studio del fenomeno della prostituzione in tutto il mondo.
Perché diciamo NO alla regolamentazione della prostituzione?
Ecco le ragioni del nostro dissenso.
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Comunicato della rete abolizionista italiana per l’approvazione della legge sul modello nordico

Colpire  la  domanda  di  prostituzione  dei  clienti  è  colpire  al  cuore  lo  sfruttamento  sessuale  e  la  tratta  delle donne.

Le sottoscritte organizzazioni femminili e femministe, con le associazioni miste che si riconoscono in linea con la risoluzione europea del 26 febbraio 2014 (Honeyball) e con la Convenzione di Istanbul, ribadiscono che la prostituzione è una forma di oppressione e violenza sulle donne, che colpisce la nostra libertà, la nostra dignità come cittadine, la nostra salute e ostacola lo sviluppo della parità tra le  future generazioni di donne ed uomini

La prostituzione costituisce la più grave minaccia alla libertà, alla salute e alla promozione sociale delle donne, non solo di quelle intrappolate nella tratta degli esseri umani: di tutte le donne (La risoluzione europea del 26 febbraio 2014).
La prostituzione è un fenomeno di genere che riguarda tutte: in essa vi sono implicate 87% donne e bambine (dati europei); 7% uomini, 6% transgender; e i clienti sono più del 90% uomini. La domanda di prostituzione da parte degli uomini non si ferma alle donne, coinvolge anche i minori e mette a rischio la vita e la salute di tanti bambini e bambine.
Ognuna di noi sente il diritto e il dovere di porre in atto la difesa dei diritti acquisiti: anche della legge Merlin, n. 75 del 1958, una delle prime ad aver stabilito con chiarezza che nessun uomo ha diritto di proprietà, anche temporanea, su una donna. Il pagamento delle prestazioni sessuali è una forma di proprietà temporanea inammissibile e soprattutto una forma di violenza maschile contro le donne e i minori, criminogena e insieme complice di crimini contro la persona perpetrati da reti criminali organizzate. Il denaro non elimina, ma serve solo ad occultare l’abuso sessuale commesso, come dice Rachel Moran sopravvissuta alla prostituzione e attivista di SPACE (associazione globale di donne fuoriuscite dall’industria del sesso) “nella prostituzione non viene comprato il sesso, ma l’abuso sessuale”.

Per leggere integralmente il comunicato clicca qui.

Per aderire invia una mail a info@associazioneiroko.org

Aderenti:
Adriana Cavestro
Mario Gili
Carlo Eusebio

 

 

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Un caffé con… Resistenza Femminista (parte II)

Continua da Un caffé con… Resistenza Femminista (parte I)

I. Libertà sessuale e libertà di prostituirsi assumono quindi lo stesso valore secondo i sostenitori dell’industria del sesso.

C.  In pratica sì. Le persone prostituite sono definite sex workers perchè la prostituzione sarebbe un lavoro come un altro. Il termine sex worker è stato adottato per la prima volta dalla polizia statunitense negli anni Settanta per normalizzare l’industria del sesso. Questo termine è poi stato ripreso sempre negli anni ’70 da Priscilla Alexander, esponente del gruppo COYOTE, che dichiarava di essere una “sex worker” in quanto durante i 4 anni trascorsi al Bennington College aveva fatto sesso con così tanti uomini da potersi definire una ‘puttana’.

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Un caffé con… Resistenza Femminista (parte I)

Resistenza e donna.

In Italia il connubio tra queste due parole si è rafforzato negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, durante la lotta partigiana, che ha visto protagoniste molte donne, armi in mano, combattenti sui monti al pari degli uomini. È lì che la donna italiana ha simbolicamente raggiunto la parità con l’uomo. Ha dovuto attendere il 1946, però, per acquisire una uguaglianza fattiva attraverso il voto, quando cioè è stata riconosciuta soggetto politico collettivo. E poi la lotta è continuata con l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto.

Anche Resistenza Femminista, partner con cui Iroko condivide un cammino comune sulla visione abolizionista della prostituzione, sostiene che le donne siano innanzitutto un soggetto politico collettivo. Leggi tutto